Paese legale, Paese illegale

di Fabrizio Feo

  • operazione-colosseo_Tre ergastoli, pene pesanti (tra l’altro per Massimo Carminati) e molte condanne per associazione di stampo mafioso: non è una notizia di oggi ma del 23 luglio del 1996, quando davanti alla Corte d’Assise di Roma si conclude il processo di primo grado per la cosiddetta ”Operazione Colosseo”, condotta dalla Polizia tre anni prima con l’arresto di oltre 50 persone, elementi di maggior spicco della Banda della Magliana, attiva a Roma soprattutto tra gli anni ’70 e ’80. Per gli imputati accuse che vanno dall’omicidio all’estorsione, al traffico di stupefacenti. Importantissimo il contributo fornito dalle rivelazioni del boss Maurizio Abbatino, uno dei capi dell’organizzazione diventato collaboratore di giustizia. A febbraio del 1998 arriva la sentenza d’Assise d’Appello, che pur con qualche riduzione di pena conferma sostanzialmente l’impianto accusatorio. Ma un anno dopo la Cassazione decide il rinvio del processo ad una diversa sezione della corte d’assise d’appello di Roma, perchè il nuovo collegio valuti se effettivamente sussista il reato previsto dall’articolo 416 bis, cioè l’associazione di stampo mafioso. E la corte d’appello si adegua all’orientamento della Cassazione, stabilendo l’anno successivo che la Banda della Magliana era solo un’associazione per delinquere semplice. E le pene vengono così ridotte. Da quel momento praticamente ogni volta che la Procura della Capitale ha contestato il 416 bis ad associazioni criminali, romani o immigrati a Roma da altre regioni o Paesi stranieri, c’è stata una Corte che in primo o secondo grado ha smontato quel capo d’imputazione. Un anno e mezzo fa, però la decima sezione penale del Tribunale di Roma  giudica fondate le accuse della Procura, firma 14 condanne e cinque assoluzioni, distribuendo pene pesanti, per un totale di oltre 200 anni di carcere ai componenti della famiglia Fasciani, a cominciare dal capo: Carmine Fasciani. E l’accusa di associazione mafiosa regge. Si pensa che l’aria sia cambiata,che a partire dai clan di Ostia  anche nelle sentenze scritte in aule di giustizia romane di primo e secondo grado si possano chiamare certe organizzazioni criminali con il loro nome, e cioè associazioni mafiose. Si spera anche per il mutato orientamento  della Corte di Cassazione, che nel frattempo ha confermato nelle decisioni su alcuni ricorsi le accuse di mafia per gli imputati di questo reato che compaiono nel procedimento Mafia Capitale. E invece no.  Tre ore di camera di consiglio. Tanto ci è voluto alla Corte d’Appello per cancellare l’accusa di associazione di stampo mafioso nei confronti degli appartenenti alle famiglie criminali che a Ostia controllano affari di usura, estorsioni, droga, ma anche attività commerciali, ricreative, balneari e della ristorazione.
    43 Lo fanno condizionando gli appalti di Ostia e del litorale romano. La Procura di Roma aveva contestato l’associazione di tipo mafioso ai Triassi e al “gruppo” Fasciani: reato finalizzato, secondo l’accusa, ad una serie di delitti. Assolti Vito e Vincenzo Triassi (che secondo l’impianto accusatorio rappresentavano i referenti della mafia siciliana ad Ostia ed erano già stati prosciolti in primo grado con la formula “perché il fatto non sussiste“) e considerata quella dei Fasciani una associazione per delinquere semplice, la Corte d’Appello ha giudicato insussistente anche la terza associazione, che avrebbe fatto capo ancora alla famiglia Fasciani e che secondo gli inquirenti si occupava dell’importazione dalla Spagna di grandi quantitativi di sostanze stupefacenti che poi venivano distribuiti a Roma e Ostia. Alla fine sono state dieci le condanne ed otto le assoluzioni. Giustizia a passo di gambero, dunque, se si considera che in primo grado la decisione era stata salutata come un fatto importante, un passo avanti non solo dal punto di vista della giurisprudenza -che segnalava Roma e il Lazio come luoghi in cui pareva impossibile attribuire la qualifica di associazione mafiosa, perfino ad organizzazioni che pure tali erano considerate nelle regioni di provenienza – ma anche dalla politica e da settori delle istituzioni.
    C’era chi negava che le “presenze” criminali avessero forma organizzata, diffusa o esercitassero un diretto controllo del territorio, tanto meno che avessero caratteri di mafiosità. Peccato che nel frattempo mafie di ogni regione siano sbarcate a Roma e abbiano messo le mani  su locali, attività imprenditoriali e commerciali  della città, ed abbiano  costruito in molte aree della Capitale. Cose note non da ora, denunciate nel 2008 con forza ed una ricognizione precisa – nomi, date, luoghi, numero dei clan e collocazione geografica ecc.- dall’Osservatorio sulla Criminalità e la Sicurezza della Regione Lazio presieduto dal professor Enzo Ciconte. Ora la sentenza della Corte d’Appello sui clan di Ostia –che pure come tutte le sentenze va rispettata- potrebbe essere strumentalizzata da chi, in questo campo, sostiene da sempre forme di “negazionismo”. E comunque non si può guardare a questa decisione dei giudici senza preoccupazione. Libera si chiede “quale sia il futuro di un territorio, quello di Ostia, che deve finalmente affrancarsi dal potere espresso dai clan e dalla corruzione che ha segnato l’operato dei suoi uffici municipali, oggi sciolti proprio per mafia. Le storie che emergono da questo processo e dalle vicende di questi anni la loro gravità e la loro rilevanza- si legge nella nota di “Libera”- non esonerano nessuno, né Istituzioni, né mondo politico, né ciascun cittadino dall’ occuparsi del futuro di questo quadrante di città, delle sue fragilità e delle sue splendide risorse, che non devono continuare a essere strumento e luogo di potere delle organizzazioni criminali”.

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